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Linfoma di Hodgkin: migliorano i risultati del trapianto autologo e allogenico di cellule staminali

Il dato chiave

19.498 pazienti analizzati: è la più ampia coorte studiata negli ultimi anni per valutare l’evoluzione dei risultati del trapianto di cellule staminali ematopoietiche nel linfoma di Hodgkin classico recidivato o refrattario.

Tra il periodo 2010-2014 e il 2019-2022, la sopravvivenza libera da progressione a 2 anni è aumentata:

  • dal 63% al 73% dopo trapianto autologo;
  • dal 44% al 62% dopo trapianto allogenico.

Anche la sopravvivenza globale a 2 anni è migliorata, raggiungendo rispettivamente il 93% dopo trapianto autologo e il 72% dopo trapianto allogenico nel periodo più recente analizzato.

Un grande studio internazionale sul linfoma di Hodgkin

Negli ultimi anni i progressi nelle terapie e nelle procedure di trapianto hanno modificato le prospettive per molti pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario.

A fornire nuovi dati è uno studio pubblicato nel 2026 su The Lancet Haematology dal Lymphoma Working Group della European Society for Blood and Marrow Transplantation (EBMT).

I ricercatori hanno analizzato i dati di 19.498 pazienti adulti con linfoma di Hodgkin classico recidivato o refrattario, sottoposti tra il 2010 e il 2022 a un primo trapianto autologo o allogenico di cellule ematopoietiche.

I dati provengono dal registro EBMT, alimentato da oltre 600 centri trapianto distribuiti in 53 Paesi.

Secondo gli autori, si tratta della più ampia analisi condotta negli ultimi anni sull’evoluzione degli esiti del trapianto in questa popolazione di pazienti.

Che cos’è il linfoma di Hodgkin?

Il linfoma di Hodgkin è un tumore del sistema linfatico che interessa i linfociti, cellule fondamentali del sistema immunitario.

Nella maggior parte dei pazienti la malattia può essere trattata con successo. Esistono tuttavia situazioni nelle quali il tumore non risponde adeguatamente alle terapie iniziali — si parla in questo caso di linfoma di Hodgkin refrattario — oppure ricompare dopo un periodo di remissione, configurando una recidiva.

È proprio in questi pazienti che il trapianto di cellule staminali ematopoietiche può assumere un ruolo importante nel percorso terapeutico.

Lo studio pubblicato su The Lancet Haematology permette di osservare come i risultati di queste procedure siano cambiati nell’arco di oltre un decennio.

Trapianto autologo di cellule staminali: che cosa significa?

Nel trapianto autologo di cellule staminali, le cellule ematopoietiche utilizzate per il trapianto provengono dallo stesso paziente.

Le cellule vengono raccolte e conservate prima della somministrazione della terapia ad alte dosi e vengono successivamente reinfuse nel paziente per consentire la ricostituzione dell’ematopoiesi, cioè del processo attraverso il quale l’organismo produce le cellule del sangue.

Nel linfoma di Hodgkin recidivato sensibile alla terapia di salvataggio, il trapianto autologo rappresenta una strategia terapeutica consolidata.

Nello studio EBMT, 15.648 dei 19.498 pazienti analizzati sono stati sottoposti a trapianto autologo.

Trapianto autologo: la sopravvivenza libera da progressione sale dal 63% al 73%

I risultati mostrano un miglioramento significativo nel corso degli anni.

Nei pazienti sottoposti a trapianto autologo di cellule staminali, la sopravvivenza libera da progressione della malattia a due anni è passata:

dal 63% nel periodo 2010-2014 al 73% nel periodo 2019-2022.

Anche la sopravvivenza globale a due anni è aumentata:

dall’85% al 93%.

Questo significa che, nella coorte più recente, circa 93 pazienti su 100 risultavano vivi a due anni dal trapianto.

È importante sottolineare che si tratta di dati osservazionali relativi a popolazioni di pazienti e non di una previsione dell’esito del singolo caso clinico.

Trapianto allogenico di cellule staminali: qual è la differenza?

Il trapianto allogenico di cellule staminali utilizza invece cellule ematopoietiche provenienti da un donatore compatibile.

Nel trattamento del linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario, il trapianto allogenico può rappresentare un’opzione potenzialmente curativa in pazienti selezionati, in particolare quando un precedente trapianto autologo non ha avuto successo.

Nello studio EBMT sono stati analizzati 3.850 pazienti sottoposti a trapianto allogenico.

In questo caso, oltre alla capacità delle cellule trapiantate di ricostituire il sistema ematopoietico, può contribuire al controllo della malattia anche l’attività immunologica delle cellule del donatore contro le cellule tumorali.

Trapianto allogenico: la sopravvivenza libera da progressione sale dal 44% al 62%

Anche per il trapianto allogenico di cellule staminali i ricercatori hanno rilevato un miglioramento nel tempo.

La sopravvivenza libera da progressione a due anni è aumentata:

dal 44% nel periodo 2010-2014 al 62% nel periodo 2019-2022.

La sopravvivenza globale a due anni è invece passata:

dal 66% al 72%.

Secondo l’analisi degli autori, il miglioramento complessivo della sopravvivenza libera da progressione osservato nel tempo è stato associato soprattutto alla diminuzione dell’incidenza delle recidive.

Perché sono migliorati i risultati?

Lo studio non individua una singola innovazione responsabile del miglioramento.

Negli ultimi anni il trattamento del linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario è infatti profondamente cambiato grazie all’introduzione di nuove strategie terapeutiche e al perfezionamento delle procedure di trapianto.

Gli autori richiamano in particolare l’impiego di farmaci come brentuximab vedotin e degli inibitori dei checkpoint immunitari, utilizzati nelle strategie terapeutiche prima e dopo il trapianto.

Nel trapianto allogenico sono inoltre migliorati diversi aspetti della procedura, tra cui la selezione del donatore, i regimi di condizionamento, la prevenzione della malattia del trapianto contro l’ospite (GVHD) e le terapie di supporto.

Lo studio mostra quindi l’effetto di un’evoluzione complessiva della gestione del paziente, piuttosto che il risultato di un singolo cambiamento terapeutico.

Paziente con linfoma di Hodgkin, patologia trattabile in alcuni casi con trapianto di cellule staminali
Il linfoma di Hodgkin è una neoplasia del sistema linfatico. Nei pazienti con malattia recidivata o refrattaria, il trapianto autologo o allogenico di cellule staminali ematopoietiche può avere un ruolo nel percorso terapeutico, sulla base delle caratteristiche cliniche e delle indicazioni dello specialista.

Arrivare al trapianto con la malattia sotto controllo è importante

Uno degli elementi più rilevanti emersi dall’analisi riguarda lo stato della malattia al momento del trapianto.

I pazienti che arrivavano al trapianto in remissione completa presentavano risultati migliori rispetto a quelli con una risposta soltanto parziale o con malattia stabile o progressiva.

Il dato emerge sia nel trapianto autologo sia in quello allogenico.

Per gli autori, questo rafforza l’importanza delle strategie terapeutiche utilizzate prima del trapianto con l’obiettivo, quando possibile, di ottenere il miglior controllo della malattia.

Trapianto autologo e allogenico non sono due alternative equivalenti

Un aspetto importante per interpretare correttamente lo studio è evitare di considerare trapianto autologo di cellule staminali e trapianto allogenico di cellule staminali come due procedure semplicemente intercambiabili.

Hanno caratteristiche, indicazioni e profili di rischio differenti.

Nel linfoma di Hodgkin recidivato sensibile al trattamento, il trapianto autologo continua a rappresentare la strategia di consolidamento di riferimento.

Il trapianto allogenico conserva invece un ruolo importante come possibile strategia curativa per pazienti selezionati, soprattutto dopo il fallimento del trapianto autologo.

La scelta dipende dalla storia clinica del paziente, dalla risposta alle terapie precedenti, dalle sue condizioni generali e da numerosi altri fattori che devono essere valutati dallo specialista ematologo e dal centro trapianti.

Cellule staminali ematopoietiche: perché la disponibilità di una fonte cellulare è importante

Il grande studio EBMT conferma quanto il trapianto di cellule staminali ematopoietiche continui ad avere un ruolo centrale nel trattamento di alcune malattie ematologiche.

Le cellule staminali ematopoietiche possono essere ottenute da diverse fonti, tra cui sangue periferico, midollo osseo e sangue del cordone ombelicale. La scelta della fonte dipende dalla patologia, dal tipo di trapianto, dalle caratteristiche del paziente e dalle indicazioni cliniche.

È importante precisare che lo studio sul linfoma di Hodgkin non valuta specificamente la conservazione del sangue cordonale e non consente quindi di attribuire i risultati osservati all’impiego di cellule staminali cordonali.

Mostra però, in un contesto clinico differente, quanto le cellule staminali ematopoietiche rappresentino da decenni una risorsa concreta della medicina trapiantologica.

Conservare il sangue cordonale significa preservare un patrimonio biologico disponibile alla nascita

Il momento della nascita offre una possibilità unica: raccogliere il sangue del cordone ombelicale, una fonte di cellule staminali ematopoietiche che, diversamente da altre fonti, può essere raccolta senza procedure invasive per il neonato.

La conservazione consente di preservare nel tempo questo patrimonio biologico e mantenerlo disponibile qualora in futuro emergesse un’indicazione clinica appropriata al suo utilizzo, nel rispetto delle valutazioni mediche e dei protocolli previsti.

È fondamentale, tuttavia, distinguere sempre tra le applicazioni cliniche consolidate del trapianto di cellule staminali, le indicazioni specifiche per l’utilizzo del sangue cordonale e gli ambiti ancora oggetto di ricerca scientifica.

In Scientia Fides: sicurezza e qualità nella conservazione del sangue cordonale

Affidare la conservazione del sangue cordonale a una biobanca significa affidare un patrimonio biologico irripetibile a una struttura che dovrà garantirne gestione, controllo e conservazione nel lungo periodo.

In Scientia Fides opera nella conservazione delle cellule staminali del sangue cordonale adottando procedure finalizzate alla sicurezza, alla tracciabilità e alla qualità del campione lungo tutte le fasi del processo: dalla raccolta e dal trasporto alla lavorazione, crioconservazione e conservazione nel tempo.

Scegliere una biobanca che opera secondo protocolli rigorosi significa tutelare nel modo più attento possibile il patrimonio biologico dei propri figli, affinché possa essere disponibile qualora in futuro se ne presentasse una reale indicazione clinica.

Sangue cordonale, fonte di cellule staminali ematopoietiche utilizzabili nel trapianto
Il sangue del cordone ombelicale è una fonte di cellule staminali ematopoietiche, impiegate in specifiche indicazioni cliniche nel trattamento di patologie ematologiche. Nell’articolo vengono analizzati i risultati di un ampio studio sul trapianto autologo e allogenico di cellule staminali nei pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario.

Cosa ci dice questo studio sul futuro del trattamento del linfoma di Hodgkin?

I dati pubblicati su The Lancet Haematology mostrano una tendenza importante: nell’arco di poco più di un decennio, gli esiti del trapianto ematopoietico nei pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario sono migliorati in maniera significativa.

La sopravvivenza libera da progressione è aumentata sia dopo trapianto autologo di cellule staminali sia dopo trapianto allogenico di cellule staminali.

Per gli autori, questi risultati forniscono nuove informazioni sulla gestione contemporanea del linfoma di Hodgkin e costituiscono una base importante per ulteriori studi prospettici.

Un risultato che testimonia, ancora una volta, il ruolo che la ricerca sulle cellule staminali ematopoietiche e l’evoluzione della medicina trapiantologica continuano ad avere nel trattamento delle malattie ematologiche.


Fonte scientifica

Bazarbachi A, Fekom M, Martinez C, et al. Haematopoietic cell transplantation for relapsed or refractory classical Hodgkin lymphoma: a retrospective, registry-based cohort study of 19,498 patients from the EBMT Lymphoma Working Group. The Lancet Haematology. 2026;13(8). DOI: 10.1016/S2352-3026(26)00169-9.