L’artrosi del ginocchio, o osteoartrosi del ginocchio, è una patologia degenerativa caratterizzata dalla progressiva alterazione delle strutture dell’articolazione, compresa la cartilagine. Dolore, rigidità e difficoltà nei movimenti possono compromettere significativamente la qualità della vita.
Una delle difficoltà nel trattamento dell’artrosi del ginocchio deriva dalla limitata capacità della cartilagine articolare di autoripararsi. Le terapie disponibili intervengono soprattutto sui sintomi e sulla funzionalità, mentre la ricerca continua a studiare nuove strategie, comprese quelle basate sulle cellule staminali mesenchimali.
Uno studio pubblicato a marzo 2025 sul Journal of Functional Biomaterials ha analizzato gli studi clinici sull’utilizzo di cellule mesenchimali derivate dal cordone ombelicale e dalla gelatina di Wharton nell’artrosi del ginocchio e nelle lesioni della cartilagine. I risultati sono promettenti, anche se la ricerca è ancora in evoluzione.
Artrosi del ginocchio: perché la cartilagine è così importante?
La cartilagine articolare riveste le estremità delle ossa, facilita il movimento dell’articolazione e contribuisce alla distribuzione dei carichi.
Quando viene progressivamente danneggiata dall’artrosi del ginocchio, possono comparire dolore, rigidità, riduzione della mobilità e difficoltà nello svolgimento delle normali attività quotidiane.
La cartilagine possiede una capacità di rigenerazione spontanea molto limitata. Per questo motivo uno degli obiettivi della ricerca è individuare strategie capaci non soltanto di controllare i sintomi, ma anche di intervenire sui processi biologici associati alla degenerazione articolare.
È in questo contesto che è cresciuto l’interesse verso la medicina rigenerativa e le cellule mesenchimali.
Cellule staminali e artrosi del ginocchio: cosa sono le cellule mesenchimali?
Le cellule mesenchimali, indicate anche come cellule stromali mesenchimali o MSC, sono cellule studiate per le loro proprietà immunomodulatorie, antinfiammatorie e per la capacità di produrre fattori bioattivi coinvolti nei processi di riparazione dei tessuti.
Possono essere ottenute da diverse fonti, tra cui midollo osseo, tessuto adiposo e tessuti perinatali.
Tra questi ultimi troviamo il tessuto del cordone ombelicale e, in particolare, la gelatina di Wharton, il tessuto connettivo che circonda e protegge i vasi sanguigni del cordone.
Le cellule mesenchimali della gelatina di Wharton, denominate WJ-MSC (Wharton’s Jelly Mesenchymal Stromal Cells), sono particolarmente interessanti per la ricerca grazie alla loro capacità proliferativa e alle loro caratteristiche immunomodulatorie.
Sono inoltre studiate per il loro potenziale condrogenico, cioè la capacità di differenziarsi verso cellule associate al tessuto cartilagineo in determinate condizioni sperimentali.
Questo non significa, tuttavia, che sia già dimostrato che un’iniezione di cellule mesenchimali possa ricostruire completamente la cartilagine deteriorata dall’artrosi.

Lo studio del 2025 sulle cellule mesenchimali nell’artrosi del ginocchio
Nel marzo 2025 il Journal of Functional Biomaterials ha pubblicato una revisione sistematica dedicata al trattamento dell’osteoartrosi del ginocchio e delle lesioni condrali con cellule mesenchimali derivate dal cordone ombelicale e dalla gelatina di Wharton.
Gli autori hanno analizzato gli studi clinici disponibili valutando alcuni dei principali indicatori utilizzati per misurare dolore e funzionalità del ginocchio:
- VAS, per l’intensità del dolore;
- WOMAC, per dolore, rigidità e funzionalità fisica;
- KOOS, per sintomi, attività quotidiane e qualità della vita;
- IKDC, per sintomi e funzionalità dell’articolazione.
Nel complesso, gli studi analizzati hanno riportato miglioramenti nei parametri clinici e funzionali dopo il trattamento con WJ-MSC.
Un altro elemento emerso dalla revisione riguarda il numero delle somministrazioni: alcuni protocolli basati su iniezioni multiple di cellule mesenchimali hanno mostrato risultati migliori rispetto alla singola somministrazione.
Si tratta però di risultati da interpretare con cautela. Gli studi analizzati utilizzano dosi, protocolli e tempi di follow-up differenti e sono quindi necessari studi clinici più ampi e standardizzati per stabilire quali modalità di trattamento siano realmente più efficaci.
Cellule mesenchimali per l’artrosi del ginocchio: sono sicure?
La sicurezza rappresenta un elemento fondamentale nello sviluppo delle terapie cellulari.
Negli studi clinici inclusi nella revisione non sono stati riportati eventi avversi gravi attribuiti al trattamento con WJ-MSC.
Il risultato contribuisce a delineare un profilo di sicurezza favorevole negli studi finora disponibili, ma non equivale a una dimostrazione definitiva della sicurezza a lungo termine. Anche sotto questo aspetto saranno necessari campioni più numerosi e periodi di osservazione più lunghi.
Perché conservare le cellule staminali del cordone ombelicale?
Lo studio sull’artrosi del ginocchio evidenzia anche il crescente interesse scientifico verso le cellule provenienti dai tessuti perinatali.
Il momento della nascita rappresenta un’occasione unica per raccogliere il sangue cordonale e il tessuto del cordone ombelicale, che altrimenti vengono generalmente eliminati dopo il parto.
È importante distinguere le due risorse.
Il sangue cordonale è ricco di cellule staminali ematopoietiche, utilizzate da anni nei trapianti per il trattamento di determinate malattie del sangue, del sistema immunitario e del metabolismo.
Il tessuto del cordone ombelicale, invece, e in particolare la gelatina di Wharton, costituisce una fonte di cellule mesenchimali. Sono proprio queste cellule a essere studiate in numerosi ambiti della medicina rigenerativa, compresa la ricerca sull’artrosi del ginocchio.
La crioconservazione del tessuto cordonale permette di preservare questo materiale biologico, dal quale possono essere successivamente isolate cellule mesenchimali.
Conservare alla nascita il sangue e/o il tessuto del cordone significa quindi preservare una risorsa biologica che non potrà essere raccolta nuovamente in un momento successivo della vita.
Conservazione del cordone e possibili applicazioni future
L’interesse verso la conservazione delle cellule staminali cordonali è legato sia agli utilizzi già consolidati delle cellule staminali ematopoietiche sia all’evoluzione della ricerca sulle cellule mesenchimali.
Le MSC del cordone sono infatti studiate in diversi ambiti della medicina rigenerativa per le loro caratteristiche biologiche. L’artrosi del ginocchio rappresenta uno dei filoni di ricerca.
La disponibilità di questo trattamento dipenderà dai risultati della ricerca, dall’approvazione delle autorità regolatorie e dai protocolli terapeutici che verranno validati.
La conservazione permette piuttosto di preservare una risorsa biologica disponibile esclusivamente alla nascita, mantenendola disponibile nel tempo mentre la ricerca sulle terapie cellulari continua a evolvere.
Artrosi del ginocchio e cellule mesenchimali: cosa sappiamo oggi?
La revisione sistematica pubblicata nel 2025 aggiunge nuove evidenze al crescente filone di ricerca sulle cellule staminali mesenchimali nell’artrosi del ginocchio.
Gli studi analizzati mostrano risultati incoraggianti in termini di dolore e funzionalità articolare e un profilo di sicurezza favorevole per le cellule mesenchimali della gelatina di Wharton.
Non possiamo però ancora parlare di una terapia definitiva capace di rigenerare la cartilagine o curare l’artrosi. Servono studi clinici randomizzati più ampi, follow-up più lunghi e protocolli standardizzati.
Questi risultati mostrano, allo stesso tempo, perché il tessuto del cordone ombelicale sia diventato una risorsa di crescente interesse scientifico: contiene cellule mesenchimali con caratteristiche biologiche che oggi vengono studiate in diversi ambiti della medicina rigenerativa.
Fonte scientifica
Ishak-Samrin M. et al. Treatment of Knee Osteoarthritis and Chondral Injury with Umbilical Cord/Wharton’s Jelly-Derived Mesenchymal Stem Cells: A Systematic Review of Safety and Efficacy. Journal of Functional Biomaterials. 2025;16(3):84. DOI: 10.3390/jfb16030084.
